Prima o poi, chi scrive un libro si pone questa domanda: meglio puntare sull’editoria tradizionale o scegliere il self-publishing?
Da qualche anno il dibattito è acceso. C’è chi vede l’editoria tradizionale come l’unica strada “legittima”. Dall’altra chi considera il self-publishing una forma di libertà assoluta.
La realtà, come spesso accade, è più complessa. Entrambe le strade hanno pro e contro e la scelta giusta dipende dal tipo di libro e dall’obiettivo dell’autore. Proviamo a fare chiarezza.
Editoria tradizionale: cosa offre davvero
Pubblicare con una casa editrice tradizionale significa affidare il proprio libro a una struttura che si occupa (almeno in teoria) di tutto: editing, impaginazione, copertina, distribuzione, promozione.
Il primo grande vantaggio è la selezione. Essere scelti da un editore significa che qualcuno ha deciso di investire sul tuo testo, assumendosi un rischio economico e culturale. Questo comporta un riconoscimento simbolico forte, soprattutto per chi è all’inizio.
Un altro aspetto importante è il lavoro editoriale. Un buon editore affianca l’autore con un editor, migliora il testo, lo inserisce in un catalogo coerente, gli dà un contesto. Inoltre, l’accesso alla distribuzione fisica (librerie, fiere, presentazioni) resta un punto di forza importante.
Tuttavia, bisogna aspettarsi anche dei limiti dall’editoria tradizionale. Ad esempio, i tempi sono lunghi e le percentuali sui diritti sono basse (dal 5% al 10% sul prezzo di copertina). Inoltre, il controllo dell’autore sul libro (titolo, grafica, strategia) è limitato.
Self-publishing: maggiore controllo ma più responsabilità
Il self-publishing permette all’autore di pubblicare il proprio libro in autonomia, gestendo ogni aspetto del processo. La libertà tocca diversi aspetti: tempi rapidi, pieno controllo creativo, percentuali di guadagno più alte.
Per alcuni progetti (manuali, saggi divulgativi, libri legati a una competenza professionale) questa strada è spesso la più efficace. Il libro diventa uno strumento, oltre a essere un prodotto editoriale.
Ma il self-publishing richiede una grande responsabilità. Editing, correzione di bozze, grafica, impaginazione, promozione: tutto ricade sull’autore. E quando questi aspetti vengono trascurati, il risultato è ben evidente al lettore.
Il rischio più grande del self-publishing è pubblicare senza una filiera professionale.
Nel self publishing, l’autore mantiene il controllo totale dell’opera ma beneficia di percentuali di guadagno molto più alte, spesso superiori al 50% del prezzo di copertina (a seconda dei canali).
La vera domanda: questo libro è adatto al self o a un editore?
Più che chiedersi “dove pubblico”, la domanda da porsi è: che tipo di libro sto scrivendo e che funzione deve avere?
Alcuni libri funzionano meglio in editoria tradizionale:
- romanzi;
- narrativa;
- opere che cercano un riconoscimento critico e culturale;
- testi che hanno bisogno di un catalogo e di una mediazione editoriale.
Altri, invece, trovano nel self publishing un terreno più fertile.
Perché alcuni libri funzionano meglio in self-publishing
Non-fiction, manuali, saggi divulgativi o testi legati a un progetto professionale spesso rendono di più in self-publishing per una serie di motivi.
Innanzitutto, hanno un pubblico già definito: lettori interessati a un tema, a una competenza, a un’esperienza specifica.
In secondo luogo, questi libri assolvono a specifiche funzioni, come:
- strumenti di autorevolezza;
- supporto a corsi, consulenze, conferenze;
- contenuto strategico all’interno di un brand personale o aziendale.
In questi casi, avere più controllo sul libro e sui diritti è un vantaggio enorme.
Il testo può essere aggiornato, riposizionato, integrato in altri progetti senza vincoli contrattuali. A patto, però, che il libro sia curato come un vero prodotto editoriale. Perché un manuale scritto male o poco chiaro perde immediatamente credibilità, e con essa il valore dell’autore.
Un punto spesso ignorato: la qualità del testo
Indipendentemente dal percorso scelto, il punto centrale resta la qualità del libro. Un testo debole e incompleto non diventa autorevole solo perché viene pubblicato da un editore. E un libro autopubblicato può essere eccellente se è stato seguito da un professionista.
Qui entrano in gioco l’editing e, in alcuni casi, il ghostwriting. Perché pubblicare (in qualunque forma) significa mostrare la propria capacità nella scrittura. E farlo con un testo non ancora pronto è uno degli errori più comuni.
Self-publishing, editoria tradizionale o una terza via
Sempre più spesso gli autori scelgono percorsi ibridi: pubblicano un libro in self-publishing per costruire il proprio pubblico e una certa credibilità. E poi proporre altri testi agli editori tradizionali. Oppure lavorano con editor e ghostwriter come se stessero collaborando con una casa editrice, ma senza cedere i diritti né il controllo del progetto. In pratica, costruiscono una filiera editoriale “privata”: il testo viene seguito, revisionato e strutturato professionalmente, ma le decisioni restano in mano all’autore. È una scelta strategica, soprattutto per chi considera il libro come parte di un progetto più ampio (e non solo come prodotto editoriale). C’è anche chi, dopo una prima esperienza deludente con un editore tradizionale, sceglie la strada del self per ritrovare maggiore soddisfazione nel lavoro di scittura e promozione.
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